L’imperialismo del ventunesimo secolo
Mercato mondiale e potenza mondiale
Preconcezione:
La società civile globalizzata e la sua cultura di guerra anti-terrore
Le ragioni per la guerra nascono nella pace – e quando altrimenti? Inversamente la pace è “lo stato” prodotto dalle guerre che senza la capacità e la disponibilità alla guerra non esiste. Lo sapevano già i vecchi Romani; e seguendo il loro principio “Si vis pacem, para bellum!” (Se vuoi la pace, prepara la guerra) agisce la NATO, la più grande alleanza militare del mondo, ancora nel ventunesimo secolo: allo scopo di garantire la pace mondiale si autoimpegna ad essere sempre pronta e capace di condurre contemporaneamente non meno di sei missioni militari, due guerre maggiori con truppe di 60.000 uomini e fino a quattro guerre minori con truppe da combattimento di 20-30.000 uomini.Così funziona l’imperialismo di oggigiorno.
I. “Il Sistema economico nazionale” e i suoi mezzi di successo approvati
Assicurare la disponibilità di un mercato mondiale aperto e la conservazione della sua gerarchia di poteri economici questo è per le grandi nazioni un programma senza fine
“Il Sistema economico nazionale” e i suoi mezzi di successo affermati
Un popolo moderno ha bisogno di lavoro. Non in quel senso banale che comunque occorre accettare qualche fatica per soddisfare il fabbisogno della società, sia riguardante i mezzi di vita e di godimento che i corrispondenti mezzi di produzione. Se si trattasse solo di questo, se dunque regnasse un materialismo secondo cui si pianifica ragionevolmente, il dispendio di forza-lavoro non sarebbe nient’altro che un mezzo per raggiungere questo scopo e verrebbe speso col fine di ridurlo il più possibile per conquistarsi del tempo di vita disponibile da dedicare ad attività scelte in maniera libera. Ma rapporti così semplici tra mezzo e fine non esistono nell’economia di mercato.
Nell’economia di mercato un Paese si trova in una situazione economicamente bene, soltanto se la sua popolazione si presenta, preferibilmente al completo, ogni giorno dalla mattina alla sera o in continuo turno alternato, dalla tarda gioventù fino all’età avanzata negli uffici, nelle fabbriche o in altri posti di lavoro, fissi o mobili. In questo sistema i popoli non lavorano a causa di una mancanza di beni utili, la quale si eliminerebbe coll’impiego sensato di lavoro e macchine; anzi, si trovano nella miseria proprio quando, in faccia a scaffali strapieni nei grandi magazzini del mondo, di lavoro non c’è ne.
La logica immanente di questa follia è così familiare a tutti gli individui moderni ed illuminati che della follia stessa, dell’inversione assurda di scopo e mezzo, non se ne accorge più nessuno. Questa situazione assurda non dà neanche granché nell’occhio quando, siano i sindacalisti progressivi o i presidenti americani oppure anche italiani, chiedono per l’ennesima volta, di “sviluppare nuove merci” e di “risvegliare nuovi desideri” per creare, — addirittura! —, “lavoro”.1
Perfino i bisogni stessi, che si soddisfanno con prodotti di lavoro, — non importa, se siano i naturali e necessari fabbisogni di vita oppure i fabbisogni sviluppati con tanta arte dalla e nella società, — rappresentano nel mondo dell’economia di mercato solo dei mezzi per arrivare al fine; e a quale fine? Al fine di guadagnarsi del denaro per mezzo del lavoro. Con questo “fine naturale” il dispendio di lavoro ed il ricavo di denaro coincidono in modo così totale che una società intessuta nell’economia di mercato sviluppa seriamente un bisogno generale di creare e avere lavoro. Ciò succede proprio, e ognuno lo sa e lo ritiene assurdamente del tutto normale, perché l’equazione imperante di ‘lavoro’ uguale a ‘guadagnarsi denaro’ contiene due significati opposti in modo complementare che dividono la società economico-politicamente in classe.
La massa ha bisogno di qualcuno, cioè un “datore di lavoro” fornito di denaro, che la paga per il lavoro prestato. A rigore di termini non ha bisogno di lavoro, ma della retribuzione di esso. Essendo però ”lavoratore dipendente“, l’uomo da sè non dispone nemmeno della possibilità di lavorare e di chiedere soldi per il suo lavoro. È dipendente nel senso che ha bisogno di un imprenditore che gli dia qualche lavoro: l’opportunità stessa, di lavorare per guadagnarsi soldi, sottosta al potere dispositivo altrui e rimane, come elementare, ma indisponibile bene di consumo, fuori portata del lavoratore dipendente. Così la necessità di avere lavoro per poter vivere rende il lavoro stesso un bisogno economico elementare. Se poi una persona resa in tale modo „non autonoma“ è così fortunata di trovare un posto di lavoro, l’equazione lavoro uguale a denaro continua a manifestare i suoi effetti: la sola opportunità di aumentare il proprio stipendio è legata a più sforzo e fatica e a un orario lavorativo prolungato; e neanche quest’opportunità è un mezzo disponibile al lavoratore. È un’offerta che non solo arriva dalla parte avversa nei casi in cui essa ne ha bisogno; il lavoratore deve addirittura richiederla come se fosse suo bisogno personale.
Questa ‚parte avversa’ ha a sua volta bisogno di lavoro altrui, di una fanteria pronta ad essere assunta. I capitalisti non hanno bisogno di questa gente per soddisfare in cambio dei loro soldi un qualche desiderio particolare, ma perchè gli serve come fonte di denaro: come fonte di proprietà nuovamente generata sotto forma di merce di qualsiasi genere, con la cui vendita si ricava denaro. Anche la “parte avversa” ha bisogno di lavoro; e questo bisogno è tanto condizionato quanto smisurato. La condizione richiesta è una proporzione tra la paga per il lavoro e il ricavo pecuniario proveniente dal lavoro che arricchisce il ‘datore di lavoro’; e questo non solo in linea di principio e in qualsiasi misura, ma in tale misura che lui riesca ad affermarsi tra i suoi pari, sul “mercato”, e quindi contro i suoi concorrenti con delle “offerte speciali” di buon mercato.
A tale riguardo il capitalista calcola il lavoro come un mezzo per arrivare al fine, cioè come un dispendio necessario. Non si tratta certamente di un dispendio di tempo e di fatica, ma di un dispendio di denaro che bisogna pagare ad altre persone, per ricavare un massimo di profitto dal loro lavoro. Questo calcolo impone parsimonia in un senso doppio: a buon mercato dev’essere la quantità di lavoro di cui si ha bisogno, dunque dev’essere basso il salario pro tempo lavorativo disponibile; ed altrettanto dev’essere bassa la quantità di lavoro spesa in relazione al prodotto vendibile; o viceversa, ogni ora di lavoro deve produrre un massimo di ‘output’ monetario. Quindi è estremamente ‚dispendiosa’ questa parsimonia riguardante il dispendio sia di fatica, sia di tempo lavoro, sia anche di quantità di lavoro spesa in un determinato tempo, dunque di rendimento da parte dei ‚dipendenti’; allo stesso tempo questa parsimonia è un disprezzo del salario da cui vive la forza lavoro. L’applicazione contemporanea di tutti e due i criteri rendono il lavoro redditizio; ed è questa la condizione indispensabile, ma anche l’unica condizione che il lavoro deve soddisfare per servire all’”economia” come suo mezzo e per essere, di conseguenza, richiesto da essa: il bisogno dell’economia capitalistica di disporre di lavoro redditizio va letteralmente ‘oltre ogni misura’.
Questo bisogno di lavoro redditizio non conosce nessun limite: per arrivare al comando di un massimo di lavoro redditizio sempre più grande infuria la lotta concorrenziale delle imprese; l’impiego di sempre più lavoro redditizio, esso stesso, è lo scopo economico della società. Questo bisogno di lavoro redditizio senza limiti acuisce, a sua volta, gli sforzi dei protagonisti della libera economia di mercato, in concorrenza l’uno contro l’altro, per arrivare a delle restrizioni sempre più dure rispetto al pagamento del lavoro e rispetto alla quantità di lavoro impiegato. In somma questo bisogno di lavoro redditizio acuisce gli sforzi per arrivare ad un minimo sempre più piccolo di lavoro in genere, in relazione al valore monetario creato con esso e in relazione alla retribuzione del lavoro da pagare: questa è l’arma per antonomasia della concorrenza per la ricchezza capitalistica, una ricchezza che ha la sua fonte nel lavoro redditizio e il suo metro nella quantità di quest’ultimo.
Il carattere paradossale di questa lotta di concorrenza si fa sentire “naturalmente” in modo del tutto diverso per l’una e l’altra parte, che, nell’idillio dell’economia di mercato, hanno sul serio bisogno di lavoro. La stragrande maggioranza della società, i dipendenti salariati, sono esposti con il loro orario di lavoro, con la loro capacità produttiva e con il salario che guadagnano, alla doppia costrizione materiale della rentabilità. Di conseguenza non si potranno mai, tramite il progresso capitalistico, sbarazzare della loro fatica e dei lunghi orari lavorativi. Tanto meno diventeranno abbastanza ricchi da poter riscattarsi da questa costrizione. Al contrario, l’economia capitalistica, col suo progresso nell’ “economizzare il lavoro” fa sì che il bisogno dei “dipendenti” di un posto di lavoro non viene mai soddisfatto in una misura bastante, sia che le imprese di successo realizzino i loro successi competitivi con maestranze ridotte, sia che le imprese perdenti riescano ad uno sfruttamento redditizio solo in misura ridotta oppure non ci arrivino neanche più, così che della loro attività economica non rimane altro che una maestranza senza lavoro. Così all’economia nel suo complesso rimane in questo modo sempre, anche con una crescita riuscita, una riserva di forza-lavoro disponibile, dalle cui file può sempre saziare la sua fame di lavoro a buon mercato.
La crescita economica delle imprese, — che unisce in modo così redditizio l’utilizzo condizionato del lavoro e la smisuratezza di bisogno di lavoro, — crea però da sé un limite di crescita economica di carattere assurdo: nella loro caccia infinita al denaro le imprese capitalistiche producono continuamente più merce vendibile di quella che si riesce realmente a vendere — tanto più se si pensa alla quantità estremamente ristretta del denaro che i dipendenti, nella loro qualità di consumatori finali, sono in grado di spendere.
Le pretese dei datori di lavoro, di guadagnarsi, — con l’impiego smisurato di lavoro reso sempre più redditizio, — sempre più denaro, superano la quantità di denaro che in totale si potrebbe guadagnare sui loro mercati; addirittura questo fatto dà alla loro lotta di concorrenza la sua ben nota durezza. E questo lo pagano non soltanto le imprese con i posti di lavoro che sono i meno redditizi con il loro fallimento, ma periodicamente l’intera economia soffre di questo “fatto” e non può evitare, nel caso di una crisi economica, una generale distruzione di ricchezza: per poi continuare con la stessa follia.
CAPITOLO 2
Le nazioni imperialistiche: incondizionatamente e nel proprio interesse si fanno protagoniste della volontà dei privati di arricchirsi. Sono fermamente decise di rendere disponibile alla loro base economica non solo la propria società, ma l’intero mondo
A tali suoi rapporti e condizioni capitalistiche lo Stato moderno si dedica impiegando tutto il suo potere legislativo ed esecutivo. Il fatto che tutto ciò sia opera sua e che sia lo Stato stesso a sottomettere i suoi soggetti di diritto a queste “condizioni date”, il fatto che la sua economia politica nel suo complesso è una cosa violenta, questo fatto però non lo ammetterebbe mai nessun politico responsabile. Chi, in una ‘comunità occidentale liberale’, porta “responsabilità” non ci trova niente di strano nell’inguainare l’esistenza dei cittadini in un rigido corsetto di norme, le quali rendono il ‘lavorare per il denaro’ l’unico fine di vita e l’unico mezzo di vita per la società moderna e i suoi membri. Questo si ritiene al contrario un servizio che i governanti devono ai loro sudditi autoresponsabili; un servizio che deriva dalla costrizione dei responsabili di accogliere le oggettive necessità della vigente economia di mercato, perché altrimenti quest’economia di certo non funzionerebbe. E l’uomo moderno, nella sua misera dipendenza, ha almeno il diritto al funzionamento di questa economia per antonomasia.
Così la politica moderna si assume il compito di soddisfare quel bisogno fondamentale della società che è il lavoro e che si distribuisce in modo tanto antagonistico su due classi. E lo fa davvero in modo appropriato. Agli imprenditori che, in virtù della loro proprietà protetta dalla legge, dispongono della licenza di usare e sfruttare il lavoro in questa società, la politica dà una mano con un catalogo di disposizioni, norme e aiuti continuamente perfezionato e attualizzato affinché l’uso del potere di comando privato per sfruttare i fonti della ricchezza dell’economia di mercato diventi il più redditizio possibile.
Dato il fatto che l’anarchia dell’universale lotta di concorrenza dei proprietari capitalistici non si potrà mai regolare a piena soddisfazione dei tutti i rispettivi usufruttuari, questo certamente non è un compito facile da sbrigare. I politici responsabili però vengono di certo a capo di questo problema, e cioè che si trova sempre qualche capitalista che critica la loro tutela per una proficua crescita di capitale come “privazione di libertà personale” e “violazione della proprietà” e pretende, contemporaneamente, più attività riformatrice nell’interesse del raziocinio economico: i politici inseriscono semplicemente le contraddittorie necessità e pretese degli imprenditori nella loro concorrenza dei partiti. Del resto, i politici non si possono mai sbagliare granché se si attengono alla linea generale di ogni partito democratico. Primo: sotto il comando e per il vantaggio dell’imprenditoria nazionale, c’è bisogno di lavoro che rende. Secondo, di questo lavoro, di lavoro redditizio ci vuole sempre di più e, terzo: ce n’è mai abbastanza.
Una politica economica appropriata, impegnandosi con energia per tale scopo, non solo accoglie la sua responsabilità per la “base dell’economica di mercato”, l’imprenditoria, ma accoglie anche il bisogno e il diritto morale delle masse di essere “occupate”: il moderno Stato classista dà piena ragione al desiderio di un posto di lavoro. Resta però anche assolutamente fedele al suo principio che questo bene alto sia nelle mani di una minoranza di “datori di lavoro”.
Attenendosi strettamente a questo punto di vista lo Stato promuove la generale disponibilità dei lavoratori attivi, ma particolarmente dei disoccupati, di accontentarsi, per assicurarsi un posto di lavoro, di una vita più misera e di aumentare la propria disponibilità lavorativa e la loro volontà di rendimento. In questo modo i potenti servono la loro ‘comunità liberale’ e contemporaneamente non perdono d’occhio la base materiale del loro dominio. Questa base materiale consiste, di fatto, in nient’altro che nel denaro, — nel potere “oggettivato” sull’intero mondo delle merci dell’economia di mercato e sul lavoro il quale produce tali merci — denaro, che viene “prodotto” sotto la direzione di datori di lavoro competitivi in posti di lavoro redditizi e che viene accumulato da proprietari capitalistici.
Attenendosi a questo punto di partenza e, di conseguenza, essendo assolutamente “egoistico” e perciò ancora più incondizionato amico e fautore della crescita economica, — cioè come fautore dell’infinito sforzo della sua classe di proprietari di arricchirsi, — lo Stato scopre una mancanza assolutamente decisiva, sia relativo al suo territorio che alla propria gente, ambedue resi disponibili allo scopo di tale arricchimento: il suo dominio territoriale, per quanto sempre sia ampio e sconfinato, è di principio troppo piccolo per l’impulso espansionistico del suo oggetto di tutela, del “suo” capitale.
La solvibilità della società, che non ha altro fine che trasformare i prodotti del lavoro sociale in ricchezza reale, — vale a dire in ricchezza astratta, cioè denaro, — è limitata alla solvibilità dei propri cittadini; e il potere d’acquisto di questi ultimi ulteriormente dal fatto che la maggioranza, i lavoratori dipendente, dispone di questo potere soltanto nei limiti di un salario definito da criteri di rentabilità. Tale limite contraddice definitivamente alle necessità fondamentali della crescita monetaria capitalistica, indipendentemente dalla questione e al di là di essa, se sono già soddisfatte, da un lato, almeno le necessità elementari della “propria gente” e quali bisogni, d’altro lato, addirittura vengono inventati e svegliati per fare soldi con merci e servizi stravaganti; indipendentemente anche dalla questione, se e quanti produttori e grandi magazzini veramente riescano a vendere le loro offerte oppure no.
Lo stesso vale per le risorse naturali di cui l’economia di una nazione ha bisogno per la sua crescita e che consuma: quelle che si trovano all’interno del territorio statale in ogni caso sono risorse finite e perciò sono in linea di principio, e forse attualmente in particolare, un limite per la ricchezza in accumulazione.
E anche se il mercato di lavoro nazionale è contraddistinto da abbondanza di disoccupati, le potenze della crescita, che gli imprenditori sviluppano e devono dispiegare, di principio superano la scorta di forza lavoro del territorio; anche sotto tale aspetto i limiti territoriali della potenza di uno Stato nazionale sono incompatibili con lo smisurato impulso espansionistico del capitale. Di conseguenza i politici responsabili fanno del tutto per fare “permeabili” le frontiere della propria comunità, dunque dei loro vicini e, in generale, tutte le frontiere di questo mondo per la privata potenza appropriatrice del capitale attivo nel proprio territorio.
Una potenza statale consapevole del fondamento del suo potere nell’economia di mercato rende possibile ai suoi mercanti l’assalto alle risorse naturali del mondo estero: cioè a materie prime di cui c’è carenza nel proprio Paese o che sarebbero da estrarre soltanto con costi alti, come anche ai prodotti agricoli di altre zone climatiche o di paesi, dove si possano produrre tali prodotti a costi più bassi che nel proprio Paese.
Rispetto a tali “risorse naturali” all’inizio della storia del capitalismo si è fatta strada il più pazzesco bisogno “naturale” di questo modo di produzione. Intere nazioni hanno lottato, senza curarsi anche di proprie perdite, per la conquista della posizione di fornitore del metallo nobile, dell’oro. Non perché l’oro fosse stato utile per un qualsiasi bisogno materiale o perché fosse stato indispensabile come mezzo di produzione, ma perché l’oro, in virtù di violenza e di tradizione, rappresenta in se stesso, come materiale, il potere della proprietà su tutte le cose utili e la loro produzione. Lo rappresenta come “feticcio” del mondo borghese, che incarna il suo economico rapporto di forza letteralmente in unità di peso.
Il vantaggio proveniente da queste grandi scorrerie non lo accumularono i rapaci signori coloniali; e questo è stato interamente conforme alla particolarità del loro bottino. Per essi fu solo mezzo di pagamento — corse fuori dalle loro mani con le ricchezze materiali cui ebbero accesso con il loro metallo nobile. Il vantaggio invece lo accumularono i mercanti, che quest’oro se lo sono guadagnato: che l’hanno usato come base di credito e il credito come capitale, e che, in questo modo, hanno dato slancio al loro arricchimento secondo le regole del mercato approfittando del lavoro e dei prodotti di lavoro redditizio. Le nazioni che in questo modo, non tramite il furto di merce denaro, ma tramite il suo uso economico adeguato al modo di produzione capitalistico, sono diventate centri di accumulazione del capitale, queste nazioni hanno sviluppato, nei loro sforzi di appropriarsi dei mezzi di arricchimento capitalistico che si trovano sotto sovranità straniera, da lungo dei bisogni più pretenziosi. Oggigiorno lottano, tenacemente e accanitamente, per fonti di materie prime per la loro industria e particolarmente per la sicura disponibilità di naturali portatori d’energia che, nell’economia di mercato, con il loro prezzo fanno parte di ogni calcolo dei costi e così condecidono sulle potenze di crescita delle nazioni.
Delle materie prime a costi contenuti provenienti da tutto il mondo, che tengono bassi per le imprese i costi di materiale e di energia, sono importanti in maniera decisiva per una ragione anch’essa essenzialmente capitalistica: non perché sono di necessità per un qualsiasi rifornimento nazionale, ma perché i capitalisti oggigiorno concorrono, con i prezzi delle loro merci, sempre su scala mondiale. Lo Stato moderno cosmopolitico, infatti, fa di tutto per aprire ai suoi capitalisti degli sbocchi esteri, dove possono far valere il loro comando sul lavoro da essi fatto redditizio contro concorrenti locali e, su questa base, guadagnarsi valuta straniera. In questa materia il progresso degli Stati capitalistici negli ultimi decenni è stato davvero eccezionale.
Viceversa lo Stato rende accessibile per capitalisti stranieri il proprio territorio sovrano come mercato, espone l’imprenditoria del Paese alla loro concorrenza, rischia, con ciò, per il proprio Paese, il deflusso di ricchezza già realizzata della sua economia, cioè di denaro. Perciò non può eludere il fatto di dover confrontare criticamente l’ammontare dei costi per il mondo di affari attivo sul proprio territorio relativo all’ammontare dei costi altrove nel mondo.
Di certo, per una potenza borghese moderna la priorità sta in ogni caso nell’eliminazione del limite per la crescita dell’economia nazionale rappresentato dalla ristrettezza del mercato nazionale; questo mercato è e rimane per principio troppo piccolo per il suo smisurato bisogno di profitto proveniente da lavoro redditizio. Però su questa base come condizione fissa non finiscono i calcoli critici di vantaggio/svantaggio, ma essi cominciano ad avere la loro importanza crescente. Tali calcoli naturalmente non riguardano soltanto il prezzo di materie prime importate, ma i rapporti di concorrenza nel loro complesso. Alle imprese straniere con rentabilià e potenza di crescita superiori, viene resa difficile — con dazi di difesa, con contingentamento e altre restrizioni, — la conquista del mercato nazionale ai danni dei propri imprenditori; qualche volta gli viene anche impedito l’accesso. Viceversa le nazioni pretendono reciprocamente la loro sottomissione alle strategie di concorrenza delle proprie imprese, strategie con cui esse cercano di conquistarsi mercati stranieri. Sotto la premessa che in ogni caso si deve guadagnare denaro al di qua e al di là delle frontiere nazionali gli internazionalisti regnanti dell’economia di mercato combinano libero scambio e protezionismo. Così sono riusciti a creare quel mercato mondiale di oggigiorno che, con il suo straripante fiume di merci e con la concorrenza sul denaro del mondo, condotta spietatamente per mezzo delle merci, non risparmia più nessun angolo della Terra.
Questa concorrenza globale per il comando su una massima quantità di lavoro redditizio, di ‘lavoro che produce denaro’, gli imprenditori la conducono con la lotta sul lavoro più redditizio; perciò essi non si limitano al solo commercio: per lo scopo di dominare i mercati su scala mondiale gli imprenditori presentano alle proprie nazioni il loro interesse, di “creare” lavoro ovunque si dà l’occasione di sfruttare in modo redditizio questo fattore di produzione per vincere la concorrenza straniera. Lo Stato, quel moderno sovrano cosmopolitico, comprende benissimo anche questo bisogno, e, nell’aspettativa che l’arricchimento degli imprenditori della propria nazione, non importa neanche dove, immancabilmente dovrà servire alla crescita economica nazionale, lo Stato anche concede, in linea di principio, ai suoi datori di lavoro il diritto di andare con il loro profittabile potere di comando “fuori casa” e di servirsi di forza lavoro a buon mercato, anche in Sistemi economici nazionali stranieri.
Viceversa lo Stato invita le imprese straniere, a “stabilirsi sul territorio nazionale” e a soddisfare su questo territorio il loro bisogno di lavoro. Soddisfarebbero così contemporaneamente il bisogno elementare delle masse del luogo, il loro bisogno di “aver lavoro”, e, soprattutto, soddisfarebbero il bisogno dello Stato in merito: il suo bisogno di disporre di lavoro redditizio in una quantità mai abbastanza grande. L’aspettativa di un vantaggio nazionale immancabile certamente non si realizza in ogni caso; anche non può realizzarsi già a causa del fatto che le strategie delle imprese e le manovre degli Stati interessati, e quelli potenzialmente danneggiati, continuamente s’intralciano. Però fino ad oggi tutte le esperienze cattive non hanno condotto a una proclamazione: “fine della partita”, ma a diversi progressi e nuove conquiste di una politica per il Sistema economico nazionale capitalista.
1 Anche alcuni comunisti, con il gesto di essere gli unici che sanno veramente come funzioni il capitalismo, sono capaci di proporre e chiedere questa “soluzione” per i problemi del capitalismo con il lavoro, fraintendendo l’analisi e con essa la critica del capitalismo da parte di Marx come fonte inesauribile di soluzioni contro i problemi di questo modo di produzione, oppure, contro i problemi che i capitalisti creano alla classe operaia: “(…) Dopo aver analizzato i fondamenti teorici della caduta tendenziale, abbiamo dunque individuato come, nell’insieme delle cause antagonistiche alla caduta tendenziale, l’ampliamento dei valori d’uso sia l’espressione di uno dei due aspetti del plusvalore relativo: l’innovazione di prodotto, che oppone resistenza oggettiva alla crisi, mentre quella di processo — l’altro aspetto del plusvalore relativo — ne è la causa. Questo ci interessava qui portare in chiaro, per poi passare — prossimamente — ad analizzare, sempre internamente ai fondamentali marxiani, la possibilità empirica di indurre l’innovazione di prodotto, per migliorare le condizioni di riproduzione della forza lavoro, riducendo la disoccupazione.” (Conclusione finale del articolo ‘ La scintilla e l’operaio: la politica di classe sull’innovazione industriale’ di Massimo Gattamelata, Contraddizione no. 118, marzo 2007)