Capitolo
4
Assicurare la
disponibilità di un mercato mondiale aperto e la conservazione
della sua gerarchia di poteri economici: questo è per le
grandi nazioni un programma infinito
I capi delle
grandi potenze capitalistiche, dopo due guerre mondiali per la
ripartizione del mondo, hanno “capito” a modo loro, cioè
in modo pragmatico, — o meglio hanno aderito, per necessità,
alla logica capitalistica americana — che per una crescita
bastantemente illimitata del capitale non sono “sufficienti”
delle sfere d’affari delimitate e monopolizzate con la forza, ma
è
necessaria una garantita libertà di circolazione di merci e
denaro su scala mondiale, una libertà generale di
appropriazione capitalistica rispetto a mercati, a risorse e a
forza-lavoro ovunque nel mondo. Per arrivare a ciò non è
sufficiente sfruttare la propria potenza concorrenziale superiore sul
piano bilaterale e incassare profitti: per servirsi affidabilmente e
durevolmente dei partner commerciali come fonte di denaro e sfera di
espansione del proprio capitalismo, le nazioni determinanti a livello
mondiale devono farsi reciprocamente e anche al resto del mondo delle
offerte; devono dare agli altri delle possibilità di fare
soldi e offrire la prospettiva di contribuire da parte loro alla
crescita dei loro Paesi partner.
Soltanto in
questo modo si riesce a creare delle dipendenze difficilmente
revocabili da parte dei contraenti in caso di bilanci negativi,
dipendenze che permettono di minacciare il partner con il ritiro di
licenze e di ottenere l’impatto desiderato con il rifiuto di
occasioni d’affari. Sono stati gli americani che nei decenni della
guerra fredda sono arrivati, con la loro alleanza con gli europei, ai
progressi decisivi in questa direzione: il patto atlantico fu,
già
nella sua intenzione, non soltanto un’alleanza di guerra
anti-sovietica, ma anche un blocco capitalistico, vincolato al
“dominio del diritto” — con l’intera economia politica della
proprietà privata come contenuto di quel diritto — e
obbligato alla cooperazione economica e alla promozione reciproca.
La
concorrenza delle nazioni determinati nel campo dell’economia
mondiale fu sprigionata, contemporaneamente sottomessa alla norma di
rafforzare tutti i partner dell’alleanza nei confronti del comune
nemico dell’Est e assegnata all’impulso espansionistico del
capitale; naturalmente in particolare all’espansionismo del
capitale americano i cui risultati monetari e materiali dovevano
creare e assicurare all’alleanza la sua base materiale. Così
si diede inizio a un processo di concorrenza regolato in modo
multilaterale; dapprima tra le più importanti nazioni
capitalistiche; poi anche con i membri, a poco a poco resi autonomi,
dei loro imperi coloniali e infine su scala mondiale. Alla fin fine
sono stati involti in questo processo persino i Paesi del blocco
socialistico. Si diede così inizio a un’anarchia dei mercati
fermamente concordata e regolata a livello sopranazionale, come
“quadro ordinatore” per un braccio di ferro politico-economico,
in cui il successo dei concorrenti più forti era quasi
metodicamente prestabilito.
Spinta
avanti in questa maniera, la dipendenza reciproca tra concorrenti con
differenti potenze economiche ha dato in mano ai più forti dei
puntelli e delle leve per acquistare un’influenza decisiva sulla
politica commerciale ed economica dei partner più deboli;
un’influenza che da lungo non punta solo più al ricatto
della controparte per concessioni calcolate, ma alla determinazione
della ragione di Stato del contraente riguardo ai suoi scopi
politico-economici.
Partendo dal
principio della „nazione più favorita” — cioè
dalla non-esclusività di riduzioni delle tariffe doganali sul
commercio di carattere bilaterale — è stato sviluppato un
regolamento generale e con l’Organizzazione Mondiale del Commercio
(WTO) è stato istituzionalizzato un elenco di diritti
d’intervento e di obblighi di buona condotta, che conferiscono a un
sistema di ricatto internazionale molto efficace e abbastanza
unilaterale l’apparenza e perfino il carattere di un grande
“consiglio comune”, mirante all’intesa e
alla regressione dei conflitti, cioè il carattere di
una permanente consultazione comune con il fine di decisioni
pacifiche ed equilibrate sul progresso del welfare generale per mezzo
della libertà del commercio mondiale.
Nell’ambito
di questo sistema le nazioni dell’Europa occidentale hanno avviato
il progetto di sottomettere la loro partnership concorrenziale e la
loro influenza reciproca a una regia politica comune. Con delle
imprese che in un grande mercato interno arrivano a un nuovo livello
di estensione e con un’amministrazione parzialmente condotta in
comune fanno concorrenza allo strapotente capitalismo americano: sia
nella lotta di concorrenza immediata riguardo alla concentrazione di
lavoro redditizio sul proprio territorio sia nell’accesso a
mercati, risorse e opportunità di sfruttamento in Paesi terzi.
Nella lotta
permanente che si svolge intorno a „regole giuste“ per “la
libertà degli affari mondiali” l’Europa si presenta come
potenza economica collettiva; e dalla comune potenza concorrenziale
consegue per i protagonisti principali d’Europa quasi
automaticamente il programma di non solo dettare nel rapporto con il
mondo esterno, con i concorrenti, le regole adatte al proprio affare,
ma anche di occuparsi militarmente della sicurezza in tutto il mondo…
Il risultato
di questa politica commerciale mondiale degli ultimi decenni non
è
soltanto un enorme accrescimento della circolazione mondiale di merci
e denaro. Le nazioni che partecipano al commercio mondiale, e nel
frattempo lo fanno tutte, sono arrivate economicamente, — con
l’accumulazione di successi e fallimenti concorrenziali in diverse
parti (questa è la vera sostanza politico-economica del
commercio mondiale esplodente) — e con “l’assistenza politica”
in tutti quei casi in cui si sono manifestati immancabili contrasti,
— a uno status, cioè lo stato complessivo del loro
capitalismo nazionale. Questo status definisce la loro importanza in
un sistema di condizioni di utilizzo e di dipendenze
reciproche e la loro posizione in una gerarchia piuttosto
stabile delle potenze commerciali.
Gli Stati
Uniti, l’Unione europea e il Giappone, con la sua sfera d’influenza
nell’area dell’Ovest pacifico: queste sono le potenze
commerciali mondiali determinanti. Essi fungono reciprocamente da
mercati decisivi, su cui si può guadagnare denaro in grande
stile e su cui, di conseguenza, si deve vincere la concorrenza.
Questo, inversamente, vuol dire: le loro multinazionali si fanno
concorrenza su scala mondiale. Con la loro potenza concorrenziale
impongono le misure del lavoro redditizio e dei buoni affari e
continuano ad alzarle sempre di più. E sotto questi criteri
esaminano e, all’occorrenza, usano le altre nazioni come Standort,
come piazza economica, e ammassano nei propri Standort le potenze di
crescita del capitalismo globale.
In quanto
profittatori della concorrenza mondiale questi tre centri degli
affari mondiali mantengono, a dispetto di tutta la loro concorrenza,
un consenso basilare sulle condizioni di concorrenza, che impongono,
più o meno in comune, al resto del mondo; e finora questo
consenso è sufficiente per assicurare quell’anarchia
regolata che gli permette di approfittare della loro reciproca
concorrenza e di quella contro il resto del mondo.
In questa
concorrenza, oltre che tra di loro, le grandi potenze commerciali
hanno a che fare con un pugno di Paesi emergenti — mezzo
Sudamerica, e mezza Asia orientale: tutte nazioni che si
contraddistinguono come interessantissima sfera d’investimento per
il capitale. Sotto le vigenti condizioni di concorrenza prestabilite
dall’estero, questi Paesi, da un lato, non hanno assolutamente
bisogno di nient’altro che di capitale, dall’altro lato
hanno da offrire a questo capitale delle condizioni di crescita
indubbiamente utilizzabili. In primo luogo forza-lavoro a buon
mercato, disponibile in modo redditizio, in secondo luogo dei
rapporti di classe abbastanza funzionanti sotto un controllo statale
abbastanza attendibile. Inoltre hanno da offrire un’infrastruttura
che il moderno mondo affaristico pretende per la sua comodità
e di cui ne ha bisogno. E, in prospettiva, dispongono di un mercato
interessante con della clientela pubblica e privata che offre qualche
opportunità per fare buoni soldi. L’etichetta „Paese
emergente”, uguale all’inglese „emerging market“, indica lo
status precario tra mancanza di capitale e successo capitalistico di
questi Paesi, uno status che per le potenze commerciali mondiali e
per le suddette nazioni ha un significato differentissimo: queste
ultime cercano di “emergere” ancora nel mercato mondiale e di
superare la soglia che le separa da una potenza commerciale mondiale.
I Paesi emergenti vogliono arrivare a un’accumulazione di capitale
che gli permette di co-decidere l’andamento del commercio mondiale.
Vogliono diventare essi stessi il punto di partenza per
l’esportazione di capitale, per il corrispondente utilizzo di altre
nazioni e per la sottomissione di queste nazioni ai propri interessi
economici; ugualmente a ciò che viene già praticato
dalle grandi potenze. Le grandi Potenze consolidate del commercio
mondiale da parte loro utilizzano le loro possibilità per
conservare il vantaggio concorrenziale delle loro multinazionali.
Fanno di tutto per impedire a questi nuovi e utili partner d’affari
di acquistare una potenza concorrenziale collocata al loro stesso
livello. In questo modo cercano di tenerli nello status
contradditorio di un mercato redditizio e contemporaneamente nello
status di una sfera d’investimento che rimane bisognosa di
capitale. Il contrasto inevitabile gira intorno a cose come il libero
accesso commerciale dei prodotti agricoli e di largo consumo
provenienti dalle nazioni emergenti “quasi industriali”. Le tre
più grandi potenze economiche a loro volta combattono per la
“protezione della proprietà intellettuale” nei punti
chiavi. Agendo così hanno nel mirino il dominio del proprio
mondo d’affari nei “loro” “emerging markets“ in tutti i
settori elevati della produzione capitalistica di merci e nell’affare
in generale.
La maggior
parte degli altri Paesi si trova, con la partecipazione al moderno
mercato mondiale, collocata nella categoria di fornitori di
materie prime. A questi Paesi gli apologeti della ricchezza
capitalistica attribuiscono spesso e volentieri una “contraddizione”
tra “ricchezze naturali”, come le loro materie prime, le loro
condizioni climatiche favorevoli e una natura meravigliosa — e la
povertà reale delle masse. In questo contesto tali esperti non
vogliono, meno che mai, saperne che la ricchezza nel mondo moderno ha
la sua sostanza e il suo metro unicamente nella quantità di
lavoro redditizio e in nessun caso in questo o quel materiale
naturale o addirittura in una qualche comodità di
procurarseli: le materie prime di per sé non costituiscono
nessuna ricchezza nello stretto senso capitalistico; secondo
l’economia di mercato assumono un loro valore solo nella
misura in cui gli imprenditori capitalistici sono disposti,
nell’interesse del loro arricchimento, a pagare per esse un qualche
prezzo. E per quanto riguarda la miseria, in primo luogo, essa
appartiene al concetto di ricchezza capitalistica che è
accompagnata in ogni caso dalla miseria nella sua forma moderna e
cioè l’esclusione della maggioranza dall’abbondanza dei
beni prodotti. In secondo luogo la miseria drastica delle masse dei
Paesi definiti politico-economicamente esportatori di materie prime
non ha più che mai a che fare con una naturale mancanza di
beni, dovuta a una natura rigogliosa. Al contrario è causata
dall’esclusione forzata di una sovrappopolazione, dovuta al
capitalismo, da una globale economia di denaro, cioè di una
massa inutile come forza-lavoro esclusa da montagne di merci
esistenti in maniere abbondante ma non disponibili per essa. In
realtà già il nome “fornitori di materie prime” con
cui sono caratterizzati questi Paesi esprime il fatto che essi, sotto
le condizioni vigenti del mercato mondiale, non sono da sé in
grado di trasformare la loro ricchezza naturale in qualcosa di utile
e che sono sussunti completamente a servizi ausiliari per le potenze
economiche produttive capitalistiche.
Intanto si è
formata tra questi Paesi un’elite: i Paesi petroliferi
guadagnano dei gran soldi con la svendita della ricchezza del
sottosuolo. Questi soldi sono però ancora distanti da servire
come capitale, come fonte di ricchezza nazionale sotto forma di
denaro. Doppiamente e in senso vero e proprio utili dal punto di
vista capitalistico questi paesi diventano, in primo luogo, tramite
il — detto in modo partitico — “riciclaggio” dei loro
“petrodollari”: quando trasferiscono i loro redditi nei centri
dell’affare finanziario capitalistico, dove si creano il dollaro,
l’euro o lo yen. Oppure, in secondo luogo, quando si riforniscono
sul mercato mondiale dei beni di lusso e quando, nello sforzo di
diventare “Paesi emergenti” o più, fanno incetta di tutti
gli elementi di un completo ciclo di capitale con fabbriche e
autostrade. In questo modo “abbelliscono” il lavoro redditizio
delle vere “nazioni industriali”.
Il grande
resto delle nazioni si suddivide in Paesi, che, con le loro
condizioni naturali e grazie a uno scherzo della loro storia
coloniale o postcoloniale, hanno trovato una nicchia economica nel
mercato mondiale, o come privilegiati fabbricanti di zucchero, sotto
il favoritismo dell’Ue per esempio, oppure come meta turistica
caribica; e in Paesi per la cui rovina l’Occidente sviluppa
attualmente lo status di un „failing“ oppure „failed state“ e
a cui rivolge la sua attenzione soltanto sotto il punto di vista
cinico di volersi difendere da eventuali minacce come aids,
terrorismo, un’”invasione” di extracomunitari, ecc.