Capitolo 3
La mobilitazione del “Sistema economico nazionale” delle grandi
nazioni per il mercato mondiale le “costringe” a insistere nel
funzionamento del mercato mondiale, cioè a volere l’assoluta
partecipazione di tutte le nazioni alla concorrenza internazionale: il
capitalismo moderno o funziona come affare internazionale o non funziona
Dalla concorrenza globale, a cui gli Stati moderni autorizzano e
persino forzano i “loro” imprenditori, essi stessi traggono una
conclusione pratica: si considerano costretti — anche senza averne la
necessità a causa di bilanci negativi derivanti dagli affari con
l’estero — a promuovere, per quanto in proprio potere, la potenza
concorrenziale della loro imprenditoria nazionale e a rendere le
condizioni d’affari nel proprio Paese il più attraente
possibile. Per questo scopo esaminano con occhio critico e riformano
tutte le premesse che si oppongono nei loro Paesi all’uso sfruttatorio
del lavoro sociale; e lo fanno anche con tutti i loro mezzi di sostegno
economico, con cui per ragioni d’ufficio promuovono questo scopo, sotto
il punto di vista cosa valgono come armi nella e per la concorrenza
internazionale. È questo il punto di vista da cui gli Stati
moderni rivolgono la loro attenzione al fattore lavoro: da un lato si
occupano e preoccupano del livello salariale nazionale, compresi i
costi per “il sociale”, e, dall’altro lato, dell’utilità del
fattore lavoro in riguardo alla sua ‘conformità ai tempi
d’oggi’, e, di conseguenza, di una formazione generale e specifica,
della sanità popolare, della morale, della volontà e
della capacità di farsi utili per la crescita nazionale ecc.
Contemporaneamente però focalizzano la loro attenzione
all’obiettivo di non superare i costi previsti per tutte queste “voci
sociali”. Certo che tutto ciò appartiene in ogni caso al
catalogo dei compiti di un governo responsabile in una comunità
statale classista; i responsabili deducono però volentieri dalla
costrizione materiale autocreata “dei mercati”, oppure “della
concorrenza internazionale”, la “sfida di fare una politica più
dura”. Davanti alle vittime della loro politica, la cui vita diviene
così sempre più precaria, si riferiscono in maniera
offensiva alla propria impotenza in faccia ad una concorrenza estera
che dev’essere potentemente tenuta in scacco. Riguardo alle spese per
l’infrastruttura e il progresso tecnologico nell’ampio campo di
prodotti e modi di produzione “innovativi”, del traffico delle merci,
della comunicazione, della circolazione, del denaro ecc. i politici
sono però generosi. Sì che così immancabilmente
incidono ancora sull’economia, cercando di non fare altro che
promuovere la sua competitività mondiale. Da qualche fonte
però i soldi devono pur venire, che in fin dei conti non si
“creano” neanche con la più grande parsimonia nel settore
“sociale”. Con l’arte della creazione del credito statale questa
contraddizione si lascia certamente mitigare; anzi, si lascia
addirittura trasformare in una fonte di soldi per gente danarosa.
Inoltre un governo moderno sa aiutare le imprese importanti ad
acquistare una grandezza industriale e/o finanziaria che permette a
esse, nonostante le tasse che devono pagare, di approfittare delle
offerte statali riguardanti l’utilizzo redditizio del lavoro della
società e di arrivare a una potenza concorrenziale “convincente”
anche a livello mondiale.
Così il potere statale mobilizza in modo risoluto l’economia
nazionale per la conquista del mercato mondiale. Ciò ha le sue
conseguenze. Ne segue la necessità d’insistere ancora più
energicamente in un mercato mondiale funzionante. Tutte le nazioni
devono esporre la loro economia alla concorrenza internazionale e
questo irrevocabilmente e senza riserva. Infine proprio gli Stati
capitalisti di maggior successo, — i cui imprenditori guadagnano soldi
in tutto il mondo e con ciò fanno crescere la ricchezza
nazionale, — sono dipendenti in modo esistenziale dal fatto che le loro
multinazionali abbiano accesso al denaro delle altre nazioni, e
precisamente di tutte le altre nazioni: l’accumulazione di capitale in
questi paesi è “globalizzata”. A seconda la loro potenza
economica e la quantità dei loro mezzi economici hanno bisogno
del mercato mondiale perfetto per arrivare al loro successo. E
permanentemente va provveduto che funzioni così. Perché
una cosa è certa: la sempre rinnovata “Buona Novella” della
crescita universale che si avrebbe grazie a un commercio libero
è una parola vuota che incensa il successo delle nazioni
economicamente più forti. Ignora le vittime che la lotta di
concorrenza globale produce anche tra i suoi protagonisti, cioè
tra gli attori della lotta di sopravvivenza delle nazioni
capitalistiche. Di certo non c’è mancanza di presunte influenze
reciproche miracolose del capitalismo mondiale. Una volta le nazioni
stesse, con le loro attività sul mercato mondiale, fanno
reciprocamente crescere l’accumulazione, dalla quale “poi” tutti quanti
traggono profitto. Un altra volta tutte le nazioni approfittano della
crescita a cui danno inizio, non a casa loro, ma presso i loro partner
di commercio all’estero. Tali “verità economiche” l’economia
mondiale non le realizza però nemmeno in fasi di generale
crescita economica su scala mondiale. Gli affari delle diverse nazioni
cui la nazionale sfera d’affari offre troppo poche possibilità
d’espansione e che perciò si estendono nei mercati dei loro
concorrenti esteri, contestano il successo di questi ultimi, con la
conseguenza che certamente non espandono contemporaneamente e
proficuamente entrambi, quando tra di loro cadono le frontiere. Oppure
detto in altre parole: le sfere d’affari delle diverse nazioni che,
ciascuna da sé, è troppo piccola per l’affare nazionale,
non diventano più grandi, se solo l’una sfera d’affari si
espande dalla sua base nazionale nelle economie nazionali della
concorrenza e viceversa. Il fatto che gli imprenditori di un Paese
traggono profitto dalla crescita di un altro Paese e allo stesso tempo
contribuiscono a tale crescita, ha sempre come rovescio della medaglia
che contendono la crescita ai loro concorrenti; e i rispettivi danni
nei bilanci nazionali non si fanno attendere. Perciò si devono
prendere provvedimenti per le nazioni, che, temporaneamente o
durevolmente, sono i perdenti della concorrenza sulla ricchezza
capitalistica e sulle potenzialità della crescita, e cioè
bisogna provvedere che essi non si detraggano “troppo” dalla
libertà di dover concorrere su scala mondiale. D’altra parte
deve essere anche garantito che i vincitori non sfruttino „troppo“ la
loro potenza sul mercato: il capitalismo moderno o continua come affare
mondiale, o non continuerà.
Di conseguenza non c’è mancanza di “lavoro” per politici
illuminati, che sono tutti protagonisti incondizionati del loro Sistema
economico nazionale.