CAPITOLO 2
Le nazioni imperialistiche: incondizionatamente e nel proprio
interesse si fanno protagoniste della volontà dei privati di
arricchirsi. Sono fermamente decise di rendere disponibile alla loro
base economica non solo la propria società, ma l’intero mondo
A tali suoi rapporti e condizioni capitalistiche lo Stato moderno si
dedica impiegando tutto il suo potere legislativo ed esecutivo. Il
fatto che tutto ciò sia opera sua e che sia lo Stato stesso a
sottomettere i suoi soggetti di diritto a queste “condizioni date”, il
fatto che la sua economia politica nel suo complesso è una cosa
violenta, questo fatto però non lo ammetterebbe mai nessun
politico responsabile. Chi, in una ‘comunità occidentale
liberale’, porta “responsabilità” non ci trova niente di strano
nell’inguainare l’esistenza dei cittadini in un rigido corsetto di
norme, le quali rendono il ‘lavorare per il denaro’ l’unico fine di
vita e l’unico mezzo di vita per la società moderna e i suoi
membri. Questo si ritiene al contrario un servizio che i governanti
devono ai loro sudditi autoresponsabili; un servizio che deriva dalla
costrizione dei responsabili di accogliere le oggettive
necessità della vigente economia di mercato, perché
altrimenti quest’economia di certo non funzionerebbe. E l’uomo moderno,
nella sua misera dipendenza, ha almeno il diritto al funzionamento di
questa economia per antonomasia.
Così la politica moderna si assume il compito di soddisfare quel
bisogno fondamentale della società che è il lavoro e che
si distribuisce in modo tanto antagonistico su due classi. E lo fa
davvero in modo appropriato. Agli imprenditori che, in virtù
della loro proprietà protetta dalla legge, dispongono della
licenza di usare e sfruttare il lavoro in questa società, la
politica dà una mano con un catalogo di disposizioni, norme e
aiuti continuamente perfezionato e attualizzato affinché l’uso
del potere di comando privato per sfruttare i fonti della ricchezza
dell’economia di mercato diventi il più redditizio possibile.
Dato il fatto che l’anarchia dell’universale lotta di concorrenza dei
proprietari capitalistici non si potrà mai regolare a piena
soddisfazione dei tutti i rispettivi usufruttuari, questo certamente
non è un compito facile da sbrigare. I politici responsabili
però vengono di certo a capo di questo problema, e cioè
che si trova sempre qualche capitalista che critica la loro tutela per
una proficua crescita di capitale come “privazione di libertà
personale” e “violazione della proprietà” e pretende,
contemporaneamente, più attività riformatrice
nell’interesse del raziocinio economico: i politici inseriscono
semplicemente le contraddittorie necessità e pretese degli
imprenditori nella loro concorrenza dei partiti. Del resto, i politici
non si possono mai sbagliare granché se si attengono alla linea
generale di ogni partito democratico. Primo: sotto il comando e per il
vantaggio dell’imprenditoria nazionale, c’è bisogno di lavoro
che rende. Secondo, di questo lavoro, di lavoro redditizio ci vuole
sempre di più e, terzo: ce n’è mai abbastanza.
Una politica economica appropriata, impegnandosi con energia per tale
scopo, non solo accoglie la sua responsabilità per la “base
dell’economica di mercato”, l’imprenditoria, ma accoglie anche il
bisogno e il diritto morale delle masse di essere “occupate”: il
moderno Stato classista dà piena ragione al desiderio di un
posto di lavoro. Resta però anche assolutamente fedele al suo
principio che questo bene alto sia nelle mani di una minoranza di
“datori di lavoro”.
Attenendosi strettamente a questo punto di vista lo Stato promuove la
generale disponibilità dei lavoratori attivi, ma particolarmente
dei disoccupati, di accontentarsi, per assicurarsi un posto di lavoro,
di una vita più misera e di aumentare la propria
disponibilità lavorativa e la loro volontà di rendimento.
In questo modo i potenti servono la loro ‘comunità liberale’ e
contemporaneamente non perdono d’occhio la base materiale del loro
dominio. Questa base materiale consiste, di fatto, in nient’altro che
nel denaro, — nel potere “oggettivato” sull’intero mondo delle merci
dell’economia di mercato e sul lavoro il quale produce tali merci —
denaro, che viene “prodotto” sotto la direzione di datori di lavoro
competitivi in posti di lavoro redditizi e che viene accumulato da
proprietari capitalistici.
Attenendosi a questo punto di partenza e, di conseguenza, essendo
assolutamente “egoistico” e perciò ancora più
incondizionato amico e fautore della crescita economica, — cioè
come fautore dell’infinito sforzo della sua classe di proprietari di
arricchirsi, — lo Stato scopre una mancanza assolutamente decisiva, sia
relativo al suo territorio che alla propria gente, ambedue resi
disponibili allo scopo di tale arricchimento: il suo dominio
territoriale, per quanto sempre sia ampio e sconfinato, è di
principio troppo piccolo per l’impulso espansionistico del suo oggetto
di tutela, del “suo” capitale.
La solvibilità della società, che non ha altro fine che
trasformare i prodotti del lavoro sociale in ricchezza reale, — vale a
dire in ricchezza astratta, cioè denaro, — è limitata
alla solvibilità dei propri cittadini; e il potere d’acquisto di
questi ultimi ulteriormente dal fatto che la maggioranza, i lavoratori
dipendente, dispone di questo potere soltanto nei limiti di un salario
definito da criteri di rentabilità. Tale limite contraddice
definitivamente alle necessità fondamentali della crescita
monetaria capitalistica, indipendentemente dalla questione e al di
là di essa, se sono già soddisfatte, da un lato, almeno
le necessità elementari della “propria gente” e quali bisogni,
d’altro lato, addirittura vengono inventati e svegliati per fare soldi
con merci e servizi stravaganti; indipendentemente anche dalla
questione, se e quanti produttori e grandi magazzini veramente riescano
a vendere le loro offerte oppure no.
Lo stesso vale per le risorse naturali di cui l’economia di una nazione
ha bisogno per la sua crescita e che consuma: quelle che si trovano
all’interno del territorio statale in ogni caso sono risorse finite e
perciò sono in linea di principio, e forse attualmente in
particolare, un limite per la ricchezza in accumulazione.
E anche se il mercato di lavoro nazionale è contraddistinto da
abbondanza di disoccupati, le potenze della crescita, che gli
imprenditori sviluppano e devono dispiegare, di principio superano la
scorta di forza lavoro del territorio; anche sotto tale aspetto i
limiti territoriali della potenza di uno Stato nazionale sono
incompatibili con lo smisurato impulso espansionistico del capitale. Di
conseguenza i politici responsabili fanno del tutto per fare
“permeabili” le frontiere della propria comunità, dunque dei
loro vicini e, in generale, tutte le frontiere di questo mondo per la
privata potenza appropriatrice del capitale attivo nel proprio
territorio.
Una potenza statale consapevole del fondamento del suo potere
nell’economia di mercato rende possibile ai suoi mercanti l’assalto
alle risorse naturali del mondo estero: cioè a materie prime di
cui c’è carenza nel proprio Paese o che sarebbero da estrarre
soltanto con costi alti, come anche ai prodotti agricoli di altre zone
climatiche o di paesi, dove si possano produrre tali prodotti a costi
più bassi che nel proprio Paese.
Rispetto a tali “risorse naturali” all’inizio della storia del
capitalismo si è fatta strada il più pazzesco bisogno
“naturale” di questo modo di produzione. Intere nazioni hanno lottato,
senza curarsi anche di proprie perdite, per la conquista della
posizione di fornitore del metallo nobile, dell’oro. Non perché
l’oro fosse stato utile per un qualsiasi bisogno materiale o
perché fosse stato indispensabile come mezzo di produzione, ma
perché l’oro, in virtù di violenza e di tradizione,
rappresenta in se stesso, come materiale, il potere della
proprietà su tutte le cose utili e la loro produzione. Lo
rappresenta come “feticcio” del mondo borghese, che incarna il suo
economico rapporto di forza letteralmente in unità di peso.
Il vantaggio proveniente da queste grandi scorrerie non lo accumularono
i rapaci signori coloniali; e questo è stato interamente
conforme alla particolarità del loro bottino. Per essi fu solo
mezzo di pagamento — corse fuori dalle loro mani con le ricchezze
materiali cui ebbero accesso con il loro metallo nobile. Il vantaggio
invece lo accumularono i mercanti, che quest’oro se lo sono guadagnato:
che l’hanno usato come base di credito e il credito come capitale, e
che, in questo modo, hanno dato slancio al loro arricchimento secondo
le regole del mercato approfittando del lavoro e dei prodotti di lavoro
redditizio. Le nazioni che in questo modo, non tramite il furto di
merce denaro, ma tramite il suo uso economico adeguato al modo di
produzione capitalistico, sono diventate centri di accumulazione del
capitale, queste nazioni hanno sviluppato, nei loro sforzi di
appropriarsi dei mezzi di arricchimento capitalistico che si trovano
sotto sovranità straniera, da lungo dei bisogni più
pretenziosi. Oggigiorno lottano, tenacemente e accanitamente, per fonti
di materie prime per la loro industria e particolarmente per la sicura
disponibilità di naturali portatori d’energia che, nell’economia
di mercato, con il loro prezzo fanno parte di ogni calcolo dei costi e
così condecidono sulle potenze di crescita delle nazioni.
Delle materie prime a costi contenuti provenienti da tutto il mondo,
che tengono bassi per le imprese i costi di materiale e di energia,
sono importanti in maniera decisiva per una ragione anch’essa
essenzialmente capitalistica: non perché sono di
necessità per un qualsiasi rifornimento nazionale, ma
perché i capitalisti oggigiorno concorrono, con i prezzi delle
loro merci, sempre su scala mondiale. Lo Stato moderno cosmopolitico,
infatti, fa di tutto per aprire ai suoi capitalisti degli sbocchi
esteri, dove possono far valere il loro comando sul lavoro da essi
fatto redditizio contro concorrenti locali e, su questa base,
guadagnarsi valuta straniera. In questa materia il progresso
degli Stati capitalistici negli ultimi decenni è stato davvero
eccezionale.
Viceversa lo Stato rende accessibile per capitalisti stranieri il
proprio territorio sovrano come mercato, espone l’imprenditoria del
Paese alla loro concorrenza, rischia, con ciò, per il proprio
Paese, il deflusso di ricchezza già realizzata della sua
economia, cioè di denaro. Perciò non può eludere
il fatto di dover confrontare criticamente l’ammontare dei costi per il
mondo di affari attivo sul proprio territorio relativo all’ammontare
dei costi altrove nel mondo.
Di certo, per una potenza borghese moderna la priorità sta in
ogni caso nell’eliminazione del limite per la crescita dell’economia
nazionale rappresentato dalla ristrettezza del mercato nazionale;
questo mercato è e rimane per principio troppo piccolo per il
suo smisurato bisogno di profitto proveniente da lavoro redditizio.
Però su questa base come condizione fissa non finiscono i
calcoli critici di vantaggio/svantaggio, ma essi cominciano ad avere la
loro importanza crescente. Tali calcoli naturalmente non riguardano
soltanto il prezzo di materie prime importate, ma i rapporti di
concorrenza nel loro complesso. Alle imprese straniere con
rentabilià e potenza di crescita superiori, viene resa difficile
— con dazi di difesa, con contingentamento e altre restrizioni, — la
conquista del mercato nazionale ai danni dei propri imprenditori;
qualche volta gli viene anche impedito l’accesso. Viceversa le nazioni
pretendono reciprocamente la loro sottomissione alle strategie di
concorrenza delle proprie imprese, strategie con cui esse cercano di
conquistarsi mercati stranieri. Sotto la premessa che in ogni caso si
deve guadagnare denaro al di qua e al di là delle frontiere
nazionali gli internazionalisti regnanti dell’economia di mercato
combinano libero scambio e protezionismo. Così sono riusciti a
creare quel mercato mondiale di oggigiorno che, con il suo straripante
fiume di merci e con la concorrenza sul denaro del mondo, condotta
spietatamente per mezzo delle merci, non risparmia più nessun
angolo della Terra.
Questa concorrenza globale per il comando su una massima
quantità di lavoro redditizio, di ‘lavoro che produce denaro’,
gli imprenditori la conducono con la lotta sul lavoro più
redditizio; perciò essi non si limitano al solo commercio: per
lo scopo di dominare i mercati su scala mondiale gli imprenditori
presentano alle proprie nazioni il loro interesse, di “creare” lavoro
ovunque si dà l’occasione di sfruttare in modo redditizio questo
fattore di produzione per vincere la concorrenza straniera. Lo Stato,
quel moderno sovrano cosmopolitico, comprende benissimo anche questo
bisogno, e, nell’aspettativa che l’arricchimento degli imprenditori
della propria nazione, non importa neanche dove, immancabilmente
dovrà servire alla crescita economica nazionale, lo Stato anche
concede, in linea di principio, ai suoi datori di lavoro il diritto di
andare con il loro profittabile potere di comando “fuori casa” e di
servirsi di forza lavoro a buon mercato, anche in Sistemi economici
nazionali stranieri.
Viceversa lo Stato invita le imprese straniere, a “stabilirsi sul
territorio nazionale” e a soddisfare su questo territorio il loro
bisogno di lavoro. Soddisfarebbero così contemporaneamente il
bisogno elementare delle masse del luogo, il loro bisogno di “aver
lavoro”, e, soprattutto, soddisfarebbero il bisogno dello Stato in
merito: il suo bisogno di disporre di lavoro redditizio in una
quantità mai abbastanza grande. L’aspettativa di un vantaggio
nazionale immancabile certamente non si realizza in ogni caso; anche
non può realizzarsi già a causa del fatto che le
strategie delle imprese e le manovre degli Stati interessati, e quelli
potenzialmente danneggiati, continuamente s’intralciano. Però
fino ad oggi tutte le esperienze cattive non hanno condotto a una
proclamazione: “fine della partita”, ma a diversi progressi e nuove
conquiste di una politica per il Sistema economico nazionale
capitalista.