1.

“Il Sistema economico nazionale” e i suoi mezzi di successo affermati

CAPITOLO 1

Il lavoro redditizio come mezzo di arricchimento privato: la base economica della potenza imperialistica

Un popolo moderno ha bisogno di lavoro. Non in quel senso banale che comunque occorre accettare qualche fatica per soddisfare il fabbisogno della società, sia riguardante i mezzi di vita e di godimento che i corrispondenti mezzi di produzione. Se si trattasse solo di questo, se dunque regnasse un materialismo secondo cui si pianifica ragionevolmente, il dispendio di forza-lavoro non sarebbe nient’altro che un mezzo per raggiungere questo scopo e verrebbe speso col fine di ridurlo il più possibile per conquistarsi del tempo di vita disponibile da dedicare ad attività scelte in maniera libera. Ma rapporti così semplici tra mezzo e fine non esistono nell’economia di mercato.
Nell’economia di mercato un Paese si trova in una situazione economicamente bene, soltanto se la sua popolazione si presenta, preferibilmente al completo, ogni giorno dalla mattina alla sera o in continuo turno alternato, dalla tarda gioventù fino all’età avanzata negli uffici, nelle fabbriche o in altri posti di lavoro, fissi o mobili. In questo sistema i popoli non lavorano a causa di una mancanza di beni utili, la quale si eliminerebbe coll’impiego sensato di lavoro e macchine; anzi, si trovano nella miseria proprio quando, in faccia a scaffali strapieni nei grandi magazzini del mondo, di lavoro non c’è ne.
La logica immanente di questa follia è così familiare a tutti gli individui moderni ed illuminati che della follia stessa, dell’inversione assurda di scopo e mezzo, non se ne accorge più nessuno. Questa situazione assurda non dà neanche granché nell’occhio quando, siano i sindacalisti progressivi o i presidenti americani oppure anche italiani, chiedono per l’ennesima volta, di “sviluppare nuove merci” e di “risvegliare nuovi desideri” per creare, — addirittura! —, “lavoro”.1
Perfino i bisogni stessi, che si soddisfanno con prodotti di lavoro, — non importa, se siano i naturali e necessari fabbisogni di vita oppure i fabbisogni sviluppati con tanta arte dalla e nella società, — rappresentano nel mondo dell’economia di mercato solo dei mezzi per arrivare al fine; e a quale fine? Al fine di guadagnarsi del denaro per mezzo del lavoro. Con questo “fine naturale” il dispendio di lavoro ed il ricavo di denaro coincidono in modo così totale che una società intessuta nell’economia di mercato sviluppa seriamente un bisogno generale di creare e avere lavoro. Ciò succede proprio, e ognuno lo sa e lo ritiene assurdamente del tutto normale, perché l’equazione imperante di ‘lavoro’ uguale a ‘guadagnarsi denaro’ contiene due significati opposti in modo complementare che dividono la società economico-politicamente in classe.
La massa ha bisogno di qualcuno, cioè un “datore di lavoro” fornito di denaro, che la paga per il lavoro prestato. A rigore di termini non ha bisogno di lavoro, ma della retribuzione di esso. Essendo però ”lavoratore dipendente“, l’uomo da sè non dispone nemmeno della possibilità di lavorare e di chiedere soldi per il suo lavoro. È dipendente nel senso che ha bisogno di un imprenditore che gli dia qualche lavoro: l’opportunità stessa, di lavorare per guadagnarsi soldi, sottosta al potere dispositivo altrui e rimane, come elementare, ma indisponibile bene di consumo, fuori portata del lavoratore dipendente. Così la necessità di avere lavoro per poter vivere rende il lavoro stesso un bisogno economico elementare. Se poi una persona resa in tale modo „non autonoma“ è così fortunata di trovare un posto di lavoro, l’equazione lavoro uguale a denaro continua a manifestare i suoi effetti: la sola opportunità di aumentare il proprio stipendio è legata a più sforzo e fatica e a un orario lavorativo prolungato; e neanche quest’opportunità è un mezzo disponibile al lavoratore. È un’offerta che non solo arriva dalla parte avversa nei casi in cui essa ne ha bisogno; il lavoratore deve addirittura richiederla come se fosse suo bisogno personale.
Questa ‚parte avversa’ ha a sua volta bisogno di lavoro altrui, di una fanteria pronta ad essere assunta. I capitalisti non hanno bisogno di questa gente per soddisfare in cambio dei loro soldi un qualche desiderio particolare, ma perchè gli serve come fonte di denaro: come fonte di proprietà nuovamente generata sotto forma di merce di qualsiasi genere, con la cui vendita si ricava denaro. Anche la “parte avversa” ha bisogno di lavoro; e questo bisogno è tanto condizionato quanto smisurato. La condizione richiesta è una proporzione tra la paga per il lavoro e il ricavo pecuniario proveniente dal lavoro che arricchisce il ‘datore di lavoro’; e questo non solo in linea di principio e in qualsiasi misura, ma in tale misura che lui riesca ad affermarsi tra i suoi pari, sul “mercato”, e quindi contro i suoi concorrenti con delle “offerte speciali” di buon mercato.
A tale riguardo il capitalista calcola il lavoro come un mezzo per arrivare al fine, cioè come un dispendio necessario. Non si tratta certamente di un dispendio di tempo e di fatica, ma di un dispendio di denaro che bisogna pagare ad altre persone, per ricavare un massimo di profitto dal loro lavoro. Questo calcolo impone parsimonia in un senso doppio: a buon mercato dev’essere la quantità di lavoro di cui si ha bisogno, dunque dev’essere basso il salario pro tempo lavorativo disponibile; ed altrettanto dev’essere bassa la quantità di lavoro spesa in relazione al prodotto vendibile; o viceversa, ogni ora di lavoro deve produrre un massimo di ‘output’ monetario. Quindi è estremamente ‚dispendiosa’ questa parsimonia riguardante il dispendio sia di fatica, sia di tempo lavoro, sia anche di quantità di lavoro spesa in un determinato tempo, dunque di rendimento da parte dei ‚dipendenti’; allo stesso tempo questa parsimonia è un disprezzo del salario da cui vive la forza lavoro. L’applicazione contemporanea di tutti e due i criteri rendono il lavoro redditizio; ed è questa la condizione indispensabile, ma anche l’unica condizione che il lavoro deve soddisfare per servire all’”economia” come suo mezzo e per essere, di conseguenza, richiesto da essa: il bisogno dell’economia capitalistica di disporre di lavoro redditizio va letteralmente ‘oltre ogni misura’.
Questo bisogno di lavoro redditizio non conosce nessun limite: per arrivare al comando di un massimo di lavoro redditizio sempre più grande infuria la lotta concorrenziale delle imprese; l’impiego di sempre più lavoro redditizio, esso stesso, è lo scopo economico della società. Questo bisogno di lavoro redditizio senza limiti acuisce, a sua volta, gli sforzi dei protagonisti della libera economia di mercato, in concorrenza l’uno contro l’altro, per arrivare a delle restrizioni sempre più dure rispetto al pagamento del lavoro e rispetto alla quantità di lavoro impiegato. In somma questo bisogno di lavoro redditizio acuisce gli sforzi per arrivare ad un minimo sempre più piccolo di lavoro in genere, in relazione al valore monetario creato con esso e in relazione alla retribuzione del lavoro da pagare: questa è l’arma per antonomasia della concorrenza per la ricchezza capitalistica, una ricchezza che ha la sua fonte nel lavoro redditizio e il suo metro nella quantità di quest’ultimo.
Il carattere paradossale di questa lotta di concorrenza si fa sentire “naturalmente” in modo del tutto diverso per l’una e l’altra parte, che, nell’idillio dell’economia di mercato, hanno sul serio bisogno di lavoro. La stragrande maggioranza della società, i dipendenti salariati, sono esposti con il loro orario di lavoro, con la loro capacità produttiva e con il salario che guadagnano, alla doppia costrizione materiale della rentabilità. Di conseguenza non si potranno mai, tramite il progresso capitalistico, sbarazzare della loro fatica e dei lunghi orari lavorativi. Tanto meno diventeranno abbastanza ricchi da poter riscattarsi da questa costrizione. Al contrario, l’economia capitalistica, col suo progresso nell’ “economizzare il lavoro” fa sì che il bisogno dei “dipendenti” di un posto di lavoro non viene mai soddisfatto in una misura bastante, sia che le imprese di successo realizzino i loro successi competitivi con maestranze ridotte, sia che le imprese perdenti riescano ad uno sfruttamento redditizio solo in misura ridotta oppure non ci arrivino neanche più, così che della loro attività economica non rimane altro che una maestranza senza lavoro. Così all’economia nel suo complesso rimane in questo modo sempre, anche con una crescita riuscita, una riserva di forza-lavoro disponibile, dalle cui file può sempre saziare la sua fame di lavoro a buon mercato.
La crescita economica delle imprese, — che unisce in modo così redditizio l’utilizzo condizionato del lavoro e la smisuratezza di bisogno di lavoro, — crea però da sé un limite di crescita economica di carattere assurdo: nella loro caccia infinita al denaro le imprese capitalistiche producono continuamente più merce vendibile di quella che si riesce realmente a vendere — tanto più se si pensa alla quantità estremamente ristretta del denaro che i dipendenti, nella loro qualità di consumatori finali, sono in grado di spendere.
Le pretese dei datori di lavoro, di guadagnarsi, — con l’impiego smisurato di lavoro reso sempre più redditizio, — sempre più denaro, superano la quantità di denaro che in totale si potrebbe guadagnare sui loro mercati; addirittura questo fatto dà alla loro lotta di concorrenza la sua ben nota durezza. E questo lo pagano non soltanto le imprese con i posti di lavoro che sono i meno redditizi con il loro fallimento, ma periodicamente l’intera economia soffre di questo “fatto” e non può evitare, nel caso di una crisi economica, una generale distruzione di ricchezza: per poi continuare con la stessa follia.

1 Anche alcuni comunisti, con il gesto di essere gli unici che sanno veramente come funzioni il capitalismo, sono capaci di proporre e chiedere questa “soluzione” per i problemi del capitalismo con il lavoro, fraintendendo l’analisi e con essa la critica del capitalismo da parte di Marx come fonte inesauribile di soluzioni contro i problemi di questo modo di produzione, oppure, contro i problemi che i capitalisti creano alla classe operaia: “(…) Dopo aver analizzato i fondamenti teorici della caduta tendenziale, abbiamo dunque individuato come, nell’insieme delle cause antagonistiche alla caduta tendenziale, l’ampliamento dei valori d’uso sia l’espressione di uno dei due aspetti del plusvalore relativo: l’innovazione di prodotto, che oppone resistenza oggettiva alla crisi, mentre quella di processo — l’altro aspetto del plusvalore relativo — ne è la causa. Questo ci interessava qui portare in chiaro, per poi passare — prossimamente — ad analizzare, sempre internamente ai fondamentali marxiani, la possibilità empirica di indurre l’innovazione di prodotto, per migliorare le condizioni di riproduzione della forza lavoro, riducendo la disoccupazione.” (Conclusione finale del articolo ‘ La scintilla e l’operaio: la politica di classe sull’innovazione industriale’ di Massimo Gattamelata, Contraddizione no. 118, marzo 2007)